Home 108 Magazine La vicenda di Viviana, Daniele e Gioele non è una favola triste...

La vicenda di Viviana, Daniele e Gioele non è una favola triste con cui solleticare la nostra curiosità e riempire un palinsesto televisivo

LO HA SCRITTO IERI SU FACEBOOK, CLAUDIO MONDELLO, UNO DEI LEGALI DEL MARITO DELLA VITTIMA

1152

Lo ha scritto ieri su Facebook, uno dei legali del marito della vittima, Claudio Mondello: la vicenda di Viviana, Daniele e Gioele non è una favola triste con cui solleticare la nostra curiosità e riempire un palinsesto televisivo. Non è l’occasione propizia per frazionarci, come italiani, in un lugubre moltiplicarsi di Ego individuali; l’occasione giusta per -apparire-. Chi desideri mutare una biografia in una mensa mi troverà fiero, aperto oppositore.

Fatto: in data 17 Marzo, Viviana viene condotta presso l’ospedale di Barcellona (ME). 17 Marzo, piena emergenza Covid. In Sicilia non si vedeva nessuno per strada e la paura ci chiudeva, tutti, nelle nostre rispettive residenze. In quel momento, una famiglia – unita – in Sicilia, supera ogni timore in relazione alla tutela e salvaguardia della propria salute ed avvantaggia, in via esclusiva, la cura e l’amore per/di Viviana. Nessuna paura nel recarsi in un nosocomio pubblico (in epoca “Covid”; il principale veicolo di diffusione dei contagi). Nessuna paura per lo stigma sociale connesso al malato di mente. Nessuna indifferenza o inerzia: una condotta attiva (in diritto si dice “positiva” dal latino “positus”) motivata e spinta dall’amore per il prossimo. Non ci siamo abituati e vorremmo ragionare per stereotipi? E’ una occasione per cambiare; in meglio.

Fatto: Viviana alternava stati e momenti dell’umore. Ritengo probabile che soffrisse di sindrome bipolare. A cagione di quanto esposto, l’affidamento incolpevole di una famiglia sull’altalenante corso di una condotta (i giorni antecedenti alla tragedia sono giorni sereni, spesi tra festose sortite a Patti – Me – e passeggiate sul lungomare di Venetico) non assume alcun tipo di pregio (a dispetto di chi ostinatamente cerchi qualcuno su cui puntare il dito).

Di converso, tale circostanza chiama in causa noi italiani e le istituzioni di cui ci dotiamo. I problemi non si risolvono per il tramite di una opportunistica rimozione collettiva: il disagio mentale non può ricadere, nella nostra costante indifferenza, sulle spalle di chi lo viva in via diretta o su quelle dei prossimi congiunti di questi. Non accadrà, ne sono certo, ma quella di cui si discorre potrebbe essere una buona occasione per fare il punto sul nostro momento collettivo; potrebbe costituire lo spunto al fine di transitare da una originaria impostazione di tipo gerarchico e dominante (sempre in danno di chi non può difendersi) ad una, realmente, vicendevole e mutualistica.

Faccio, infine, presente che cercare una risposta a problemi empirici cogenti in forze trascendentali (od immanenti) costituisca la premessa di ogni sistema confessionale; pertanto è in linea con un momento psicotico (che, da quanto vedo, muore o revivisce con mera funzione di parte) ma, molto piu’ banalmente, è in linea, altresì, con la disperata ricerca di un rimedio o di un riparo per se’ e la propria famiglia. Ed, in periodo di “Covid”, è una circostanza che non ci è aliena. Ci riguarda tutti.
La difesa si occuperà dei seguenti campi di indagine: macchina, luogo incidente, “locus commissi delicti” (allo stato, solo presuntivo).

Domande che restano senza risposta:
1. Dove si trova Gioele?
2. Dove sono finite le persone informate sui fatti presenti al momento dell’incidente? Quali sforzi si stanno operando per identificarle anagraficamente?
3. I soccorsi, ad opera delle istituzioni, sono stati puntuali ed efficaci?
4. E’ normale che 100 km di autostrade siano prive di un sistema di videosorveglianza che funzioni?