Lo spettacolo Crisi di Nervi, che è in scena al Teatro Vittorio Emanuele di Messina già dal 28 marzo e durerà fino al 30 marzo, vede alla regia Peter Stein, maestro indiscusso del Teatro mondiale: tre atti unici, accomunati da una vena ironica su una tematica moderna, la psicopatologia della vita coniugale.
L’adattamento teatrale, curato da Stein e Bellamio, si sviluppa per novanta minuti densi e ben intessuti in crescendo di intensità, cronologicamente a ritroso secondo l’età dei protagonisti delle relazioni amorose: una vedovanza, un marito incompreso, ed infine una proposta di matrimonio.
Nel primo atto “L’Orso”
C’è una ricca vedova (interpretata da Maddalena Crippa) dopo la morte del marito si chiude alla vita per amore (oppure odio?) del defunto, sola con un vecchio maggiordomo cardiopatico, (Sergio Basile). La visita di un angosciato e rozzo creditore (Alessandro Sampaoli) degenera fino alla proposta di un duello con pistole da cui però nascerà un finale a sorpresa.
Nel secondo atto, “I danni del tabacco” Gianluigi Fogacci interpreta un marito fumatore che, nell’affrontare una conferenza impostagli dalla moglie sui danni del tabagismo, fra battute e divagazioni, confida le fragilità della sua vita coniugale, rivolgendosi al pubblico in un dialogo tenero ed intimo sempre più commovente.
Il terzo atto, “la domanda di matrimonio”
Si chiude lo spettacolo in un crescendo comico irresistibile. Un giovane ricco, travolto da tachicardie e varie patologie (Alessandro Averone) chiede di poter sposare la figlia “non brutta” (Emilia Scatigno) del proprietario di terreni a lui confinanti (Sergio Basile). I tre si infilano in una serie comicissima di strane questioni di principio, dalla proprietà di un terreno sino alla disputa sulle abilità dei propri cani, con scene esilaranti, incastonate in una sinfonia di tic e nevrosi, fino al finale, che, in un’irresistibile macchina comica, trascina lo spettatore alla risata spassionata, senza mai scadere nella farsa.
Il lavoro di Stein
Stein, nei tre atti unici, illumina sia la riflessione sulle relazioni di odio/amore nella vita coniugale, sempre attuale dal XIX secolo ad oggi, (forse anche una confessione autobiografica dell’autore), sia la vena umoristica di Čechov, apparentemente atipica, che invece è quella che più connota il drammaturgo russo, sin dagli esordi giovanili per vari giornali come scrittore di racconti che gli permisero di raggiungere i primi successi ed una certa indipendenza economica, prima delle opere della maturità.
La grandezza della regia di Stein si intravede in ogni singolo particolare, un capolavoro di sfumature ad ogni frazione di secondo nella recitazione verbale, para-verbale e non verbale, nell’intonazione melodica e ritmica delle frasi, grazie ad un lavoro di squadra accuratissimo e profondo, percorso in simbiosi con un ensemble di straordinari attori, i quali, nel saper enunciare la parola teatrale per smentirla allo stesso tempo, sanno librarsi fra i livelli paradossali di senso e controsenso, tutti complici e tutti superbi mediatori della scintillante polisemia del testo di Čechov.
Un’opera caratterizzata da rilevanti scenografie
Importanti anche scenografia e costumi nell’architettura ironica dello spettacolo: nel primo atto una parete sullo sfondo in nero, una stanza paradossalmente piena di sedie nere, neri i vestiti della vedova e del maggiordomo e poi l’arrivo ”dell’Orso” con soprabito, vestito e stivali marroni a sconvolgere il lutto della protagonista; nel secondo atto la stessa parete mostra tonalità grigio/beige più tenui, fino a diventare bianca e blu nel terzo atto, un divano rosso, simbolo della passione, i costumi verdi dei due promessi sposi, legati alle loro giovani speranze.
Applausi scroscianti hanno coronato lo spettacolo, piacevole ed allegro, emozionante ed intenso, apprezzatissimo sia dagli amanti del Teatro, sia dai giovanissimi spettatori presenti in sala. Il Teatro vissuto con passione arriva sempre al cuore di tutti.



