Questa volta gli esponenti del racket hanno scelto la tecnologia… una videochiamata… e a parlare erano due detenuti, collegati dalle celle dei carceri di Palermo e Agrigento…: non è arrivata con i metodi tradizionali la richiesta di una mazzetta da 250 mila euro all’impresa etnea Cosedil, impegnata nei lavori di risanamento del quartiere Fondo Fucile a Messina.
Ai primi di dicembre, un emissario del racket si è presentato nel cantiere di via Socrate con il solito copione: l’azienda era una “ditta esterna” che lavorava in città e doveva quindi “mettersi a posto”…. la richiesta è stata subito chiara e pesante… 250 mila euro, accompagnata dalla minaccia di far saltare tutto in aria.
A rendere il tutto ancora più inquietante, la modalità: una videochiamata dal cellulare, durante la quale il responsabile del cantiere è stato messo in contatto con un uomo che si è qualificato come “messinese”, ribadendo la somma pretesa. Quando l’emissario ha lasciato il cantiere, dando appuntamento a una successiva visita, la direzione dei lavori ha immediatamente avvertito i carabinieri.
Il Nucleo investigativo di Messina ha quindi predisposto un servizio di osservazione. Qualche ora dopo è arrivato un minorenne in motorino, ormai figura ricorrente nelle dinamiche della criminalità organizzata. La scena si è ripetuta… il ragazzo ha avviato una videochiamata multipla dal suo cellulare per concordare i dettagli del pagamento.
Ma ad attenderlo non c’era il capo cantiere: al suo posto un luogotenente dei carabinieri in borghese. Durante la chiamata, uno degli interlocutori — presentandosi con nome e cognome — ha ribadito la richiesta dei 250 mila euro, minacciando di far saltare il cantiere con tutti i mezzi.
L’altro, per rafforzare il messaggio, ha aggiunto una minaccia ancora più esplicita: «Se denunciate, vi sparo in faccia». Ignoravano di parlare direttamente con un carabiniere. L’aspetto più sconcertante è emerso subito dopo.
Analizzando i telefoni sequestrati e incrociando i dati con le celle di aggancio, i carabinieri, insieme alla pm della Procura della Repubblica Alice Parialò, hanno scoperto che i due uomini in videochiamata parlavano dalle loro celle: erano detenuti per altre vicende, uno nel carcere di Palermo e l’altro in quello di Agrigento. È passato quasi in secondo piano il fatto che il primo emissario fosse agli arresti domiciliari.



